Progetti con le scuole

Per i ragazzi un’esperienza unica nel suo genere che avvicina il loro interesse alla conservazione di beni culturali approfondendo l’aspetto storico ed artistico dell’Opera dei Pupi

IMG_4417 (2)L’opera dei  pupi è per definizione il teatro tradizionale delle marionette del  meridione d’Italia. Per quel che ne sappiamo, o meglio, come vuole la leggenda,  l’arte dei pupi nacque in Sicilia, contemporaneamente a Palermo e Catania, per non scontentare nessuno, all’inizio del diciannovesimo secolo. Tempo di moti, quello e di ribellioni, di carboneria e di risorgimenti. Risorse, difatti, il teatro popolare del Sud, dopo il grande successo del teatro di strada e di stalla e delle memorabili vastasate  palermitane, vere e proprie rappresentazioni improvvisate che nella finzione vedevano gli ultimi, i vastasi appunto, i facchini, diventare i primi, anche se solo nell’arte dell’ingiuria e dello sberleffo. È in questo contesto, dunque, che il teatro italiano si arricchisce della mirabolante Opera dei pupi: l’opera dei poveracci cioè, che faceva da contraltare alle Opere liriche dei grandi teatri meridionali.

Come iniziò il tutto? Sembra essere stata l’intuizione di alcuni marionettisti partenopei in tournée in Sicilia. Questi bravuomini, professionisti nello sbarcare il lunario, non sapevano darsi pace del perché a Palermo (e a Catania), nessuno veniva a vedere i loro spettacoli di fantocci a fili! Ma è mai possibile che questi popolani isolani preferiscano stare ad ascoltare l’affabulatore di piazza? È possibile che siano talmente appassionati e legati al carisma ed alla voce di codesto cuntastorie che solo, in piedi o seduto su uno sgabello, riesce ad ipnotizzare il suo pubblico disposto accuratamente a semicerchio? E soprattutto perché tiene una spada di legno in mano? Perché racconta le avventurose storie di Carlo Magno e dei suoi paladini, ecco perché! Queste storie erano arrivate, assieme al ciclo Brettone o Arturiano  del vero, con i Nordemen, i normanni, ai tempi della reconquista del meridione islamizzato.

Ma allora perché non trasformare le storie dei fantocci a fili in seducenti epopee cavalleresche, pensarono i nostri? Chissà che il Conte Orlando e suo cugino Rinaldo di Montalbano non riescano a richiamare il pubblico al teatrino? Miracolo! Il pubblico accorse numeroso: l’epica cavalleresca è gradita dal popolo siciliano in tutte le salse. Ha inizio così la tradizione degli opranti siciliani, che rivestono, grazie all’ingegno di Liberto Canino,  i fantocci di armature di latta e poi di ottone, che affinano con i Greco l’arte della recitazione e della manovra distaccandosi dalla marionetta a fili partenopea (anche se Achille Greco, uno dei grandi opranti a Palermo, ancora all’inizio del ‘900 recava come insegna del suo teatro AGN, ossia Achille Greco Napoli, perché il richiamo alle radici è sempre forte al Sud!).

Con l’inserimento della bacchetta di ferro nel busto delle ormai pesanti marionette armate e con un’altraIMG_6231 (2) nella mano destra, nasce quindi  il pupo. Ma se i Greco e i Canino a Palermo creano pupi alti fino a 85-90 cm, a Catania Crimi e Grasso realizzano pupi maestosi: 140 cm! Dimensioni quasi umane che comportano un ampliamento del boccascena e del teatro tutto. Insomma si vengono a creare due distinte scuole e concezioni di vita: da un lato i palermitani, con i loro pupi da teatro con ginocchia snodabili, altezza massima di 90 cm,  possibilità di poter impugnare e deporre la spada a piacimento e manovra laterale ossia manovratore e pupo che stanno sullo stesso piano e soprattutto con la Bibbia dell’opera dei pupi la “Storia dei Paladini di Francia” scritta dal maestro elementare di Misilmeri Giusto Lo Dico negli anni ’20 dell’800. Dall’altro i catanesi, napoletani, pugliesi e, per poco, i romani, con pupi di dimensioni enormi, con giunture e portamento rigidi, per non inginocchiarsi di fronte a nessuno, spada sempre in pugno, perché la spada un guerriero non la  lascia mai, armature baroccheggianti e ponte di manovra per i manianti.

Un universo caleidoscopico l’Opera dei pupi con i suoi protagonisti di legno, ferro e fuoco. Nell’ottocento i pupi e i loro allegri teatri erano pressoché presenti in tutte le regioni meridionali: da Roma  a Barletta, da Napoli a Reggio Calabria, dalla Sicilia a Trani, Lecce e Taranto, da Torre del Greco a Cagliari. Seguivano strane rotte stì pupi: da veri protagonisti della cultura popolare attraccarono nel Maghreb che allora vedeva i nostri compatrioti emigrati in quelle terre! Teatri dell’opera dei pupi furono allora impiantati a Tunisi e Tripoli. Ne testimoniano quell’epoca i pupi palermitani esposti al Museo Nazionale della capitale tunisina. Toccarono il loro Nuovomondo: a New York i pupi di stile catanese (a Brooklyn fino a trent’anni orsono si esibivano ancora gli opranti Manteo) a Buenos Aires i pupi palermitani di Luigi Canino.

L’Opera dei pupi, strano a dirsi,  ha pure una data di morte: è il 3 gennaio 1954 data dell’avvio delle trasmissioni televisive regolari  della RAI Radiotelevisione Italiana. Da quel momento, come successe per i cuntastorie un secolo prima, il pubblico ordinato ed appassionato dei teatrini scelse un altro passatempo, inconsapevole dei guasti che avrebbe portato in seguito. Ma i pupi, con i loro fondali, cartelli e scene di cartone e tela, continuarono a resistere in parte. Certo i teatri chiudevano ovunque nel meridione: negli anni ’70-’80, infatti,  i pupi napoletani e pugliesi cessarono le attività. Sopravvivono ormai solo in Sicilia, sempre nel dualismo Scuola Catanese- Scuola Palermitana (anche se i pupi etnei sono stati rimpiccioliti alla misura palermitana, pur conservando la tecnica di manovra sullo scannapogghiu): in quest’isola dalle mille contraddizioni riescono ancora a sorprendere per la loro forza espressiva, mutando lo sguardo e inseguendo il tempo.

I pupi cambiano, se ieri raccontavano le gesta dei guappi a Napoli  o dei briganti calabresi e siciliani, oggi lo spirito della giustizia e del riscatto sociale porta altre sorprese: la Marionettistica Popolare Siciliana, compagnia di giovani e studiosi, rappresenta da anni le storie dei pupi antimafia. Accanto agli eroi tradizionali delle gesta cavalleresche, i vari e splendidi Oliviero e Astolfo, Fiorindo e Brandimarte, troviamo ora altri pupi-eroi, senza armature, come le maschere tradizionali delle farse, che hanno presole sembianze di Peppino Impastato, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino,  Calogero Zucchetto e tanti altri. I pupi ancora una volta vivono il loro Zeitgeist, lo spirito del tempo. Si ripropone ciò che raccontavano gli allievi dei vecchi pupari tanti anni orsono: all’epoca dello Sbarco dei Mille a Marsala, gli opranti del trapanese smisero di raccontare le gesta dei paladini e cominciarono a raccontare, speranzosi ed affascinati, quelle  di Garibaldi, l’eroe dei due mondi.

Ma i pupi erano anche i protagonisti delle tragedie di Shakespeare (non male per gli opranti che a mala pena sapevano leggere e scrivere e per il pubblico quasi del tutto composto da analfabeti!), delle rappresentazioni ispirate ai cosiddetti romanzi popolari d’appendice, come i Beati Paoli, dell’incantevole ciclo delle storie dei santi, della Passione e della straordinaria Natività tratta dalla Cantata dei Pastori opera tardo-seicentesca dell’Abate Perrucci. È per questo e per tanto altro che nel maggio del 2001 l’UNESCO ha dichiarato l’Opera dei Pupi Siciliani Patrimonio Orale ed Immateriale dell’Umanità.